6) Fichte. Libert e intuizione intellettuale.

Dopo Kant, che ne aveva negata la possibilit, Fichte ripropone
l'intuizione intellettuale e la definisce: coscienza immediata
dell'Io che agisce, del fatto che agisce e su cosa agisce. Essa si
pone al di l del concetto e quindi  indimostrabile. L'intuizione
dell'autocoscienza nel suo movimento libero  la base di partenza
di ogni filosofia.
J. G. Fichte, Seconda introduzione alla Dottrina della Scienza,
1797.

Io chiamo intuizione intellettuale quest'intuizione di s stesso
di cui  ritenuto capace il filosofo, nell'effettuazione dell'atto
con cui insorge per lui l'io. Essa  la coscienza immediata che io
agisco, e di ci che agisco: essa  ci per cui io so qualcosa
perch la faccio. Che una tale facolt dell'intuizione
intellettuale esiste, non si pu dimostrare per concetti, n si
pu sviluppare da concetti quello che essa . Ognuno deve trovarla
immediatamente in s stesso, altrimenti non imparer mai a
conoscerla. La richiesta di dimostrargliela per ragionamenti 
ancor pi sorprendente di quella, ipotetica, di un cieco nato di
spiegargli, senza ch'egli debba vedere, che cosa sono i colori
[_].
L'intuizione intellettuale  l'unico saldo punto di vista per ogni
filosofia. Tutto ci che si presenta nella coscienza lo si pu
spiegare da esso, anzi esclusivamente da esso. Senza autocoscienza
nono esiste, in generale, coscienza; ma l'autocoscienza 
possibile solo nel modo indicato: io non sono se non attivit.
Oltre questo punto di vista non posso essere spinto: qui la mia
filosofia diventa affatto indipendente da ogni arbitrio; diventa
un prodotto della ferrea necessit, nella misura in cui necessit
esiste per la libera ragione: diventa cio prodotto della
necessit pratica. Io non posso procedere oltre questo punto di
vista, perch non mi  concesso di procedere oltre; e cos
l'idealismo trascendentale si palesa come l'unico modo di pensare
in cui la speculazione e la legge morale si uniscono intimamente.
Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di
per s assolutamente attivo: non come determinato dalle cose, ma
come determinante le cose_.
Non  dunque questione di poca importanza, come pensano alcuni, se
la filosofia parta da un fatto o da un atto cio da una mera
attivit che non presuppone alcun oggetto, ma lo produce, e in cui
pertanto l'agire diventa immediatamente un fatto. Se parte dal
fatto, la filosofia si pone nel mondo dell'essere e della finit,
e le risulter allora difficile trovare da questo la via verso
l'infinito ed il sovrasensibile; se parte dall'atto, si trova
allora nel punto che unisce i due mondi e dal quale li si pu
abbracciare con un colpo d'occhio_.
Un essere c' soltanto per l'io osservato; quest'ultimo pensa
realisticamente; per il filosofo c' un agire e nient'altro che un
agire; giacch, in quanto filosofo, egli pensa idealisticamente.
Per dirla, approfittando di quest'occasione, in modo del tutto
chiaro: l'essenza dell'idealismo trascendentale in generale e
della sua esposizione nella dottrina della scienza, consiste in
questo: che il concetto dell'essere non  affatto considerato come
un concetto primo ed originario; ma esclusivamente come un
concetto derivato, e, pi precisamente, come derivato per
opposizione all'attivit, e quindi soltanto come un concetto
negativo. Positiva, per l'idealista,  soltanto la libert;
l'essere  per lui mera negazione di quest'ultima. Soltanto a
questa condizione l'idealismo ha una base solida e resta in
accordo con s stesso_.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 962-964.
